I sigari di Mussolini

Obiettivo Uno-Borgo Cardigliano
Mimmo

Il borgo delle tabacchine.


Cardigliano, a pochi chilometri da Specchia è uno di quei luoghi dove l’assurdo prende forma. Il Salento è assurdo già di suo, pieno di contrasti fatti di luci e ombre, silenzi e grida. Cardigliano ne è una apoteosi. L’esistenza nell’agro di necropoli ipogee lascia supporre la presenza umana nella zona sin dall’età del bronzo. Forse lo stesso misterioso popolo dei Messapi la abitarono. Primi documenti ufficiali riguardanti il borgo risalgono alla metà del 1400. Si tratta della registrazione della proprietà del borgo assegnata alla famiglia siciliana dei Balsamo, proprietari terrieri che molto arricchirono Specchia trascurando Cardigliano che per secoli rimase un agglomerato di “pajare”, arcaiche costruzioni in pietra assemblate a secco. Documenti del 1700 danno Cardigliano di proprietà dei Duchi Zunica di Alessano e nel 1920 registrano il passaggio sotto il controllo di una ricca famiglia di commercianti di tessuti, i Greco di Castrignano dei Greci. Sotto la guida di Giovanni, capostipite della ricca genia, Cardigliano si avvia ad essere un borgo a tutti gli effetti. Grazie al forte legame con uno dei gerarchi fascisti più in vista dell’epoca, Achille Starace, Giovanni trasformò l’area di circa 200 ettari, in una moderna e funzionale azienda agricolo-industriale per la produzione del famoso “tabacco levantino”, in pratica i sigari di Mussolini. Il borgo prese le fattezze di un centro urbano autosufficiente con spaccio alimentari, scuola, forno, circolo ricreativo. Furono, persino, costruite due ville, per accogliere Starace e signora, e una chiesa.
Cardigliano prospera negli anni come manifattura di tabacchi, fino alla chiusura dei mónopoli di Stato e, dagli anni sessanta fino agli ottanta, viene abbandonato ad un destino di predazione e scasso. Nei primi anni 80 il comune di Specchia decide l’acquisto dell’intera area per la realizzazione di un grande progetto di ristrutturazione che comprendeva anche la costruzione di un impianto solare ed eolico (finanziato dal Ministero dell’Ambiente) capace di servire l’intero borgo che, nel contempo, veniva trasformato in lussuoso resort.
Sull’onda del rilancio turistico salentino (e pugliese in generale) Cardigliano è stato “venduto” dagli operai turistici di tutto il mondo per più di un ventennio per ricadere poi nell’oblio dei giorni nostri. E qui sta l’assurdo della vicenda che vede il borgo ormai ostaggio dell’indifferenza delle amministrazioni locali.
Cardigliano oggi si presenta come il set di un film catastrofico, post atomico, dell’orrore. Il villaggio strutturalmente è intatto e mantiene tutte le caratteristiche funzionali ed architettoniche del resort di migliore fama. La hall di accoglienza è un tripudio di legno, specchi, lampade, vetrate e arredi decò violati solo dall’incuria e dalla sporcizia. Il villaggio si sviluppa ad “U” attorno ad una fontana dal malcelato sapore littorio e la filiera di stanze, ricavate dal riadattamento di stalle, magazzini e laboratori dell’antico opificio, sembrano pronte per accogliere schiere di turisti vocianti. Alle spalle il vecchio opificio e la “piazza delle tabacchine”. Grande e anch’essa apparentemente operativa la sala congressi. Anche la chiesa e le ville degli Starace sono stati perfettamente ristrutturate e tutto, in generale, sembra pronto per la stagione.
E qui sta l’assurdo salentino. Che la terra finale italica fosse terreno di magici connubi tra pragmatismo agricolo e trascendenze iperuraniche è cosa nota. Ma che un intero borgo sia abbandonato nello stato operativo quale è, per giunta nelle mani di un custode (o sedicente tale) che pare essere lui stesso proprietario del tutto, questo appare eccessivo. Nell’assenza delle Amministrazioni Pubbliche e nell’indifferenza della Società Civile, a meno che qualcosa non sia nel frattempo cambiato, Cardigliano c’è parso come un villaggio misteriosamente svuotato della sua vita. Un’invasione aliena? Un attacco atomico? Un virus pandemico antesignano? O semplicemente l’effetto di un italico vezzo, quello dell’abbandono di gioielli al destino proprio o di qualche fortunato arraffazone, perché tanti c’è ne abbiamo che non sappiamo proprio cosa farcene?


Un luogo non potrà mai morire ed essere abbandonato, avrà sempre una rinascita, un utilizzo, un suo perché

– Valeria Genco

Autori:

Valeria – Antonio – Mimmo

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Una risposta

  1. Maurizio SALVATORE ha detto:

    Molto interessante…anche perché Giovanni Greco era il fratello di mia nonna paterna, e ricordo di una visita negli anni 60, da bambino, fatta alle ultime abitanti del borgo, zie di mio padre.

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