Castelforte

Obiettivo Uno-Castelforte
Antonio

La fiaba senza un finale.


La questione della riqualificazione dei centri urbani, al pari della questione palestinese o della questione meridionale, è una di quelle “quistioni” (per dirla alla Gramsci) che nell’immaginario delle generazioni nate intorno alla metà del secolo scorso appaiono come la quintessenza delle fatiche di Sisifo. Ci sono problemi, nelle umane relazioni, che sembrano fatti apposta per giungere periodicamente ad un passo da possibili soluzioni per poi ripiombare miseramente nelle pastoie di infiniti rimandi. Toccherà ai Sisifo di turno, delle generazioni a venire, riprendere sulle spalle il “masso della questione” e ricominciare daccapo. Sono problemi che indubbiamente vanno trattati con la cautela del caso, in specie perché direttamente dipendenti dalle funzioni istituzionali delle Amministrazioni Pubbliche, regno di ogni contraddizione politica, economica e – non da ultimo – umana.

Com’è facile immaginare, l’esplorazione urbana si conferma eccellente viatico per affrontare questa spinosa questione. I posti abbandonati che siamo soliti visitare, proprio perché potenzialmente riutilizzabili, sono l’avamposto ideale per progettare e costruire un piano di rilancio delle aree urbane all’interno delle quali cui essi stessi soggiacciono. Che si tratti di aree urbane centrali o periferiche, di aree agricole o industriali, è lampante lo scempio e lo spreco di spazi e costruzioni che potrebbero tornare ad una vita produttiva e di servizio e invece restano preda di vandalismi e degrado. Se il luogo abbandonato, poi, dovesse risultare ancora in uno stato di relativa grazia strutturale e – vieppiù – trovarsi in posizione favorevole rispetto a centri ad alta concentrazione demografica e produttiva, il peccato da veniale diventa mortale.
E’ il caso, certamente, di Castelforte, la collina salentina prossima al comune di Taviano (in agro di Racale), che fu sede di una importante quanto misconosciuta opera edilizia ormai abbandonata da decenni. Al vertice del terrapieno, nel 1952, il dott. Giannì, illuminato medico tavianese, ebbe l’intuizione di realizzare un intero “villaggio climatico” all’interno del quale alloggiare una istituzione mirata al ricovero ed all’assistenza dei più sfortunati tra madri e figli depauperati dalla guerra da poco terminata. Il “Centro per la Madre ed il Fanciullo” non vide mai la luce, in parte anche per la prematura morte del dott. Giannì e nonostante i tentativi di riconversione in “Centro Artistico e Culturale” prima, un piccolo periodo dove si svolgeva “attività di ristorazione” e infine “Centro per Anziani”. Su di un’area di svariate decine di migliaia di metri quadrati, il progetto prevedeva la realizzazione di strutture sanitarie ricettive, ricreative e di vita sociale le più disparate. All’intuizione professionale, il dott. Giannì seppe unire un notevole estro artistico grazie al quale l’intero villaggio, ancora oggi, appare come un incantato recesso ricco di guglie, maioliche, porticati istoriati, minareti, torri e vetrate policrome.

Il solo camminare all’interno del villaggio è un’esperienza davvero singolare e si stenta a credere che colà qualcuno avesse pensato di impiantare una struttura sanitaria e di accoglienza. All’ingresso ci accoglie il primo edificio, un “castello” a pianta irregolare a “L”, con una sola grande torre cui sola funzione è quella di contenere le scale che portano al piano superiore e ai terrazzi. Proseguendo nel parco si incontra la “piscina decorativa” e la riproduzione di un mulino a vento. Successivamente si incontrano due corpi di fabbrica (di cui uno mai ultimato) adibiti a residenza e divisi dalla piazza a forma quadra che ospita una alta ed esile torre intitolata alla Madonna della Pace. La maestria degli artigiani di quel tempo ha saputo trasformare il tufo in archi, guglie e nicchie, creando questa alta torre visibile dall’intera valle (Alezio, Casarano, Parabita e Melissano) e dal golfo di Gallipoli. Sempre proseguendo, esterrefatti dalla bellezza dell’immenso parco appare il grande castello dalle fattezze fiabesche. Un imponente facciata, divisa da tre torri (di cui quella centrale più grande) e due appendici (di cui una con un’ulteriore torre) laterali a chiudere la corte, quest’ultima corredata di piscina/fontana (anche questa con acque basse a misura di bambino) e un bellissimo giardino. Per ultimo la residenza che, presumibilmente, avrebbe dovuto ospitare i fanciulli; anche questa di gusto ecclettico che abbraccia assieme lo stile arabo-moresco, i rigori del medioevo e i castelli delle fiabe più romantiche. Si tratta della costruzione più grande ed è concepita come un convitto/albergo, con grandi spazi nella parte inferiore e i piani superiori tutti uguali ad ospitare le stanze. Per ultime, distaccate, altre dimore che – probabilmente – avrebbero dovuto ospitare le madri (quelle poche che potevano a quei tempi) per assistere i malcapitati figli. Al suo interno anche un Menhir, sottratto molto probabilmente nella limitrofa zona di Crocicchie. Gli edifici risultano in ottimo stato di conservazione e, a parte il guano, le impietose distruzioni di vetrate e stipiti, e le insulse scritte vergate a spray, non risulta affatto difficile pensare ad un riutilizzo dell’intero impianto.

Per farne cosa? La legittima domanda prevede una razionale risposta. L’area su cui insiste il villaggio si trova al centro di una direttrice che racchiude uno dei tratti più belli della costa salentina. Pensare ad un riutilizzo di Castelforte in chiave turistica è la cosa più immediata. In verità, azzardare un progetto di servizio al territorio di più vasto respiro e che non si chiuda nel breve volgere di stagioni vacanziere, sarebbe un approccio che riteniamo tutt’affatto utopico. Ricordiamo, a tale proposito, l’entusiasmante realizzazione, a Mammola in provincia di Reggio Calabria, del parco museo MUSABA da parte degli artisti Nik Spatari e Hiske Maas. Il museo, strutturalmente simile ma di dimensioni assai più ridotte, accoglie – tra l’altro – una foresteria e diverse sezioni utili per convegni, corsi, didattica e laboratori in grado, oggi, di raccogliere adesioni di artisti da tutto il mondo. Un autentico volano per turismo, cultura e tutela del territorio che vedremmo perfetto se applicato (pur da imprese private) anche a Castelforte. L’intera area di quel tratto di costa salentina, infatti, beneficerebbe dell’afflusso di una utenza non limitata al periodo classico delle vacanze estive e, di conseguenza, non legata alla sola utenza dei vacanzieri, attivando un circolo virtuoso di riqualificazione urbana intesa in senso ben più allagato che alla cerchia di un solo comune. Il Salento negli ultimi anni è preda di un vorace afflusso turistico che porta piccoli centri da migliaia di abitanti a doverne accogliere centinaia di migliaia e tutti concentrati in poche settimane, trasformando oasi di bellezze ambientali in un indegno quando non financo indecoroso “divertimentificio”.


Non ci sono regole di architettura per un castello tra le nuvole.

– GK Chesterton

Costruisci il tuo castello dei sogni, ma non vivere in esso.

– Marty Rubin

Autori: Valeria – Antonio – Mimmo

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