Il giardino dei bimbi perduti

Il giardino dei bimbi perduti
Antonio

L’asilo delle arance.


L’esplorazione urbana può avere la sua routine. I riti che assistono l’urbex possono essere il viatico per una ripetitività dannosa. La colazione frugale nel silenzio della penombra di un’alba ancora non nata. Passi a rivista attrezzatura e indumenti. Nonostante tutto, dopo anni di esplorazioni, dimenticarsi qualcosa è rischio sempre in agguato. Ti metti in strada verso l’obbiettivo e raccogli nella mente la serie di raccomandazioni, sempre le stesse. Dove lasciare la macchina per non dare nell’occhio. Fare il giro del posto abbandonato per verificare la via meno rischiosa di accesso. Fare attenzione ai segnali di presenze non gradite. Cani. Senzatetto. Vigilanti. Non importa quanti chilometri ci sono da fare. Il tragitto è sempre breve perché il desiderio ti porta dentro il sito ancor prima di arrivarci. Hai studiato tutto alla perfezione. Eppure…stamattina c’è qualcosa di diverso nell’aria. L’enorme caseggiato è ancora una macchia scura nello scenario campestre tipico della nostra murgia. Vigne. Ulivi contorti nella solita riarsa sofferenza. Il solito cancello che ammonisce e il solito pertugio nella recinzione che invita all’ingresso. Ma oggi, in più, c’è questa sensazione. Qualcosa sembra non quadrare nonostante il silenzio rotto solo da qualche isolato e lontano latrato. Le prime luci di un giovane sole, oggi, non sono il solito incoraggiante saluto. Ma sono dentro. La solita scala martoriata. Sdentata e offesa dalla ricorrente depredazione. I soliti stipiti corrosi e la polvere e il guano. La reflex fa già il suo dovere e registra ubbidiente ogni architettura, ogni rimasuglio di affresco, di fregio e di ombra, che sia minacciosa o rivelatrice. La luce ormai entra ovunque e disegna traiettorie che portano in un solo luogo: il passato presente.

Ma stamattina qualcosa o qualcuno ha deciso di cambiare le regole del gioco insufflando mistero lì dove mistero già abbonda. C’è una porta, più piccola delle altre, i cui legni ceduti lasciano intravvedere qualcosa che vale la pena di indagare. Basta poggiare la mano e lei cede invitante lasciando libero il passaggio verso una luce. L’abbaglio stordisce. L’occhio tarda ad abituarsi, la reflex si rifiuta di collaborare. E nello sbandamento della ragione, tra le pieghe di uno sbalzo di adrenalina, l’orecchio viene colpito da qualcosa come un sospiro. Un lamento si direbbe. “C’è qualcuno?”, la domanda muore nella gola prima di prendere vita. Le gambe vanno sull’onda di un’abitudine, certo, ma oggi c’è qualcosa di più. E’ come se qualcuno o qualcosa mi spinge. O mi tira. Mi accompagna verso un punto che sa già di non ritorno. S’innesca un pensiero. Oggi non è come l’ultima volta, ne come la precedente e l’altra ancora. Quando l’immagine si compone chiara sulla retina il lamento si è fatto voce distinta. Non lascia intendere se sia un benvenuto o una protesta. Ma lo scenario davanti non lascia dubbi. Sono dentro un giardino bellissimo, circondato da alte mura tenute agli angoli da torrini e garitte. Al centro una fontana di pietra che la pioggia ha riempito quel tanto che basta da creare accattivanti riflessi che giocano col sole ormai alto. Il giardino è pieno di alberi e sembrano essere tutti agrumi. Aranci e qualche limone. L’aria è pervasa di un inebriante profumo e da suoni che sempre più assomigliano a voci. “Mi chiamavo Elena”, ad un tratto mi sembra di distinguere chiaro sotto un grosso albero di limoni privo di frutti. Mi guardo intorno. Sono solo. Allucinazioni? “Avevo cinque anni quando lasciai questo giardino per sempre”. Frasi sussurrate appena ma che distinguere non è difficile tanto forte è la suggestione. Ma è suggestione? “Io sono Andrea e l’ultimo frutto che raccolsi avevo sette anni. Ricordo ancora quanto dolce fosse il suo cuore”. Man mano che i dubbi spariscono mi abbandono alla curiosità di capire cos’altro avessero da dire questi alberi parlanti. Seduto al bordo della fontana apro le orecchie per catturare ogni bisbiglio. Lorella dice che la chiamavano Lory ed era ammirata da tutti per i suoi fluenti ricci biondi. A otto anni finì preda delle attenzioni troppo pressanti del padrone di casa. Robertino aveva quattro anni quando rivelò la cosa alla tutrice e pensarono bene di farlo tacere per sempre. “Tu chi sei? Da dove vieni?”, domandano più voci, “Ci porti via?”. Una vocina da un angolo mi chiede arance. Da un altro canto arriva la richiesta di un giocattolo. Un’altra voce querelava attenzione per ciò che ha lasciato all’interno di uno dei torrini. Mi alzo incredulo a verificare. Che succede oggi? Era questa dunque la novità! Sto diventando matto! Mentre cammino verso il torrino sento sotto i piedi la terra fremere, come un sussulto di vita. Chi chiede un biscotto, chi vuole notizie di un fratellino mai conosciuto. “Chi siete? Dove siete?” urlo ormai preda del sogno. Nel torrino c’è un cavalluccio a dondolo. La polvere e il guano lo hanno reso quasi irriconoscibile. Il legno marcio lascia intravvedere qualche macchia di un’antica vernice rossa. Faccio fatica a districarlo dai rovi che l’hanno aggredito ma alla fine lo porto sotto l’albero, da chi non so ancora. “Grazie amico. Io porto il tuo stesso nome e forse in un tempo ed in un luogo lontano ci siamo anche incontrati. Io sono quello che sarei potuto essere se mi avessero lasciato cavalcare questo cavalluccio”. Col filo di fiato che l’emozione mi lasciava riesco appena a dire “Come fai a conoscere il mio nome, Antonio?” ed ecco che tutti in coro, come un’unica voce, mi raccontano la storia. Erano tutti ospiti di questo palazzo ch’era il rifugio di loro, figli di nessuno o figli rifiutati, un istituto come tanti ce n’erano in giro per il mondo a sostituire l’amore e le cure di genitori falliti o sfortunati. Un posto dove eri certo di entrare e trovare un letto ed una minestra calda, ma non altrettanto di potervi uscire. E allora, per i più riottosi c’era il pozzo. “Proprio dove sei seduto ora”, disse il coro, “c’è un pezzo della fontana la cui pietra si ritrae. Spingila e vedrai”. La mano si ferma tra le gambe e trova l’anfratto. L’orribile orifizio è lì ad imperitura memoria e riprova della nefandezza. “Quanti siete?”. Le voci nel coro si fanno confuse. Mescolate tra pianti, risa beffarde, lamenti e imprecazioni. Nessuno cerca più ragione di un delitto. Solo Antonio si palesa invitandomi ad andare, “Siamo concime per questo aranceto da tanti anni ormai. Prendi il succo di un frutto a caso e bevilo. Sarà questo il riscatto. Sarà tornare in vita attraverso te. Sarà l’espiazione del male”. Strappo dall’albero parlante il frutto più rosso e maturo e nell’esatto momento in cui lo spacco per rivelarne la polpa un trillo assordante schiaffeggia le orecchie e costringe gli occhi cisposi ad aprirsi alla realtà di una contumelia “Antò che fine hai fatto? Sono le otto!!! E’ un’ora che ti aspettiamo per andare ad esplorare la villa dei bimbi sepolti” è la sentenza del cellulare che protesta sul comodino. Il sonno si era ripreso le mie residue forze e con essa il richiamo di una sveglia mai sentita. L’urbex ha le sue regole e i suoi orari. E vanno rispettati.


Molto si è parlato in questi ultimi tempi dei diritti dell’uomo, e specialmente dei diritti del lavoratore, ma è giunto il momento di parlare dei diritti sociali del bambino.

Il bambino è un corpo che cresce e un’anima che si svolge.

Maria Montessori

Antonio Nitti Marco Flaccomio Mimmo De Leonibus Valeria Genco

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Una risposta

  1. Annarita ha detto:

    Una storia davvero triste ma anche inquietante… I bambini vanno protetti e tutelati invece la gente continua a gettarli via e a far loro del male. I bambini sono esseri umani fragili…

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