Il vecchio Istituto Psicopedagogico

Antonio

Il “limbo” di cemento che accolse tanti sfortunati bambini.


Da piccolo, quando si decideva di trascorrere con la famiglia la Pasquetta nella Foresta di Mercadante “il polmone verde” appena fuori l’area metropolitana di Bari”, lungo il tragitto, la mia attenzione veniva attratta da questo edificio spettrale e del tutto in contrasto al contesto in cui inserito. Il vecchio Istituto Psicopedagogico suscitava in me una certa curiosità ma allo stesso tempo terrore, ripromettendomi che da grande mi sarei armato di coraggio per andare a visitarlo. Diversi furono i tentativi nel corso degli anni di persuadermi da questa mia volontà e, la brutta fama, attribuita da chi quel posto lo conosceva bene, non aiutava: “è abitato da abusivi”; “è infestato”; “lì, ci praticano messe nere”. A questi si aggiungevano diversi articoli di cronaca locale che raccontano di una serie di incendi dolosi e altri episodi per niente piacevoli avvenuti al suo interno. Dopo un pò di anni, e dopo essermi aggregato agli altri ragazzi di Obiettivo Uno, si mettono da parte tutte queste maldicenze e si decide di andare!

Decidiamo di esplorare l’istituto psicopedagogico in un torrido pomeriggio di tarda estate. Ad accoglierci lungo il viale un avvertimento più che un cartello: “Attenzione, luogo frequentato da bambini”. Ma dove sono finiti questi bambini? Il parco che circonda la struttura è immenso e rigoglioso; nonostante l’erba alta arrivi in alcuni punti fino al busto, è ancora possibile distinguere le aree ricreative e i resti arrugginiti di qualche giostrina. Ma dei bambini nemmeno l’ombra. Tra una puntura di zanzara e l’altra, decidiamo di entrare nel corpo centrale dell’edificio passando prima dal nucleo più vecchio del complesso, caratterizzato da una trifora di un certo pregio che affaccia sul giardino. Qui, tutto è carbonizzato e privo di qualsiasi oggetto che possa raccontarci qualcosa o darci conferma delle destinazioni d’uso della struttura, eccezione fatta dalle particolari finestre interne che consentono la comunicazione tra le stanze adiacenti; venivano forse usate per monitorare i bambini e controllare gli animi, intervenendo in caso di necessità? Nel seminterrato ecco la prova che stavamo cercando. Un intero tappeto di cartelle cliniche (che per privacy non vi mostreremo), una per ciascun bambino preso in cura durante tutti gli anni di attività della struttura. Anagrafiche, centinaia di storie di disagio familiare, maltrattamenti, tentativi di suicidio, mutilazioni, discriminazioni, povertà e miseria, ma anche pagelle scolastiche, referti medici, e report giornalieri. Per questi poveri bambini l’istituto deve essere stato un rifugio, un posto che si spera abbia potuto trasmettere quell’affetto e assistenza che nelle mura familiari non hanno potuto avere. Ma ora dove sono finiti questi bambini? Per quel che si sa, prima della riconversione a preventorio per la cura dei malati di tubercolosi, sul finire degli anni ’70 molte famiglie benestanti e di buon cuore del paese che ospita la struttura, decisero di accogliere questi fanciulli tra le loro mura di casa consentendo loro di abbandonare quel “limbo” di cemento.


“Ieri non è che un sogno e domani solo una visione. Ma oggi, se ben vissuto, fa di ogni ieri un sogno di felicità e di ogni domani una visione di speranza”

Proverbio sanscrito

Antonio Nitti Marco Flaccomio Mimmo De Leonibus Valeria Genco

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