Idroscalo “Ivo Monti”

Obiettivo Uno-Idroscalo Ivo Monti
Antonio

Cento anni di abbandono.


Aveva da poco raggiunto l’età della maturità ed era bello come solo la gioventù sa essere. Giulio Pavan arrivò all’Idroscalo Ivo Monti una fredda mattina di aprile del milllenovecentosedici. Aveva attraversato l’intero stivale lasciandosi alle spalle le nebbie della Padania e il volto imperlato di lacrime della morosa che mai avrebbe lasciato. Ma la patria chiamava e il suo ardimento lo guidava nella scelta, irreversibile. Aveva con sé la copia del Manifesto di Marinetti e negli occhi le immagini di Balla, Carrà, Sironi, Boccioni che da tempo ormai riempivano il suo immaginario. Il nuovo secolo si era aperto all’insegna della modernità e la guerra stessa gli appariva come una grande opportunità, occasione irripetibile per entrare nella storia. Agire era il comando e quando arrivò la lettera non esitò a salire sul primo treno verso sud. Quando giunse al cancello dell’Idroscalo la visione lo lasciò senza fiato. Occhi sgranati, mascella pendente, dal posto di guardia gli gridarono di togliersi di mezzo per non essere investito dal convoglio in transito. Ciò che vedeva superava di gran lunga quanto aveva immaginato nella sua camera tra le brume del Po. Una brulicante folla di militari in divisa sciamava attraverso un grande viale adorno di bandiere e stendardi. Uomini di tutte le età entravano ed uscivano freneticamente da quattro enormi edifici le cui forme svettavano nell’alba lacustre. La base militare cui era riuscito a farsi destinare era stata concepita, su un’estensione di quasi 18.000 metri quadrati, alla fine dell’ottocento come scuola di pilotaggio per le squadriglie di idrovolanti impegnate nel conflitto mondiale nell’area del basso adriatico. Il nemico austriaco era alle porte, proprio di fronte sulla costa jugoslava e Giulio si vedeva già impegnato in battaglie aeree ai comandi del suo velivolo. Aveva visto quegli aerei solo nei disegni de “La Domenica del Corriere” e aveva subito iniziato a sognare di essere alla guida di quelle stupefacenti macchine volanti capaci di decollare dall’acqua e di ammaravi grazie a galleggianti posti sotto la carlinga. L’idroscalo si trovava sulla riva di un grande lago ai piedi del Gargano, un luogo del quale prima di allora non conosceva l’esistenza. Era stato assegnato alla 254° squadriglia e il sergente che lo accolse, rude e deciso, lo condusse attraverso il lungo viale verso gli alloggi che erano accanto agli enormi hangar di ricovero dei velivoli, posizionati a pochi metri dall’acqua. Giulio arrancava dietro al sergente roteando la testa rapito dalle immagini di officine, carrelli su rotaie rilucenti, meccanici, avieri in tuta di volo fino a che, d’improvviso, si ritrovò al cospetto del mitico Macchi L3. Il mostro d’acciaio che lo sovrastava gli parve tutt’altra cosa rispetto ai disegni e i racconti: doppia file di ali, retromotore, galleggianti posti al di sotto dell’ala inferiore il tutto in un tripudio di metalli rilucenti che solo starci sotto dava il brivido della velocità. Solo le urla del sergente ebbero il potere di schiodarlo dalla catalessi estatica nella quale era caduto. Quando si ritrovò sulla branda del suo alloggio il sole era già alto e rimandava riflessi policromi della verdeggiante collina dove la campane della chiesa di Santa Barbara riecheggiavano scandendo il tempo di una vita che, da quel momento in poi, per Giulio, sarebbe stata tutt’altra che quella vissuta sulle rive fin troppo pacifiche del Grande Fiume e per un attimo fu colto dal dubbio. Ma la scelta era fatta.
Dopo più di cento anni dell’Idroscalo non resta che un cumulo di rovine dominio incontrastato di mandrie bovine il cui letame, insieme al fango trasportato dalle piogge, si stratifica nei pochi ambienti delle palazzine ancora praticabili. Si riconosce ancora lo scivolo, con i suoi binari ormai aggrediti completamente dalla ruggine, per la movimentazione degli aerei sullo specchio d’acqua. Subito di fronte solo le colonne degli hangar per il riparo degli aerei fuori dall’acqua e quel che resta della palazzina dove era collocata la centrale elettrica.
Ripetuti tentativi di far rinascere l’intera struttura come polo turistico e scalo aereo sono sistematicamente franati sotto il peso della burocrazia e le oggettive difficoltà di un territorio poco confacente alle necessità infrastrutturali del caso. Solo pochi anni fa la notizia di un bando di concorso per cedere l’area ad investitori privati, atta a far rinascere un’aviosuperficie acquatica indispensabile, vista la posizione, come tappa sia per il rifornimento che per il soggiorno, dei piccoli aerei che viaggiano verso il continente africano, anche questa opportunità svanita con la pandemia. Da segnalare un interessante intervento volto a smuovere interesse sulla zona, tuttavia, è stato favorito concedendo l’uso dei locali dell’ex caserma dei Carabinieri, sita all’interno dell’impianto, per la realizzazione di una galleria di murales di “Caktus & Maria Artwork”.


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